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IDROGENO BLU : NUOVA TROVATA DELLE LOBBY FOSSILI

sabato 10 ottobre 2020
IDROGENO BLU : NUOVA TROVATA DELLE LOBBY FOSSILIDAL "MANIFESTO"  8 OTTOBRE 2020
Attenti ai
dinosauri
», avverte
l’ultimo
e-book
del manifesto,
perché,
seppure
biologicamente
estinti, sono all’opera alacremente nell’arena
economica come nel settore energetico,
laddove i segnali della pandemia suggerirebbero
un cambiamento radicale,
anziché un ritorno «a prima».
L’IDROGENO, COME VETTORE energetico,
è sulla cresta dell’onda
da mesi in un mare a più colori:
verde se ricavato da rinnovabili,
blu se prodotto da gas con
sequestro della CO2, o grigio
se ottenuto direttamente da reforming
del metano con emissioni
in atmosfera. Ma, attenti
- tra il verde e gli altri colori c’è
di mezzo la richiesta chiave
dell’IPCC di lasciar da subito
sottoterra i fossili, pur di raggiungere
tra trent’anni (2050) la
neutralità climatica.
TRA BOMBE D’ACQUA, MAREE E INCENDI, la discussione
su come allocare i fondi europei
per la riconversione verde ha fatto sì che si
sfocassero sullo sfondo i «dinosauri» attivi
nelle multinazionali e nei governi, che si
contendono la gestione dei grandi giacimenti
di gas scoperti ai bordi del Mediterraneo.
In un dibattito mantenuto vivo dal mondo
scientifico, ma che langue sul versante politico,
anche la voce di Francesco e degli studenti
di FFF viene resa più flebile e il cambiamento
climatico ha il sapore della fatalità.
Eppure, nello spazio tenuto in sospeso dalla
pandemia, il quadro politico
economico e sociale è in movimento
e, pur tra silenzi preoccupanti
- come accade in gran parte
del mondo del lavoro - e il fiorire
di molteplici iniziative che si
articolano per aree tematiche e
territoriali, si va formando un
sentire di massa sempre più attento
alla cura del vivente e della
Terra e che non si fa ingabbiare
da trucchi, dopo che il negazionismo
ha mostrato la corda.
ORA LA DISINFORMAZIONE ASSUME
aspetti più ambigui, difficili da
portare allo scoperto, come nel
caso interessantissimo e cruciale della «resurrezione
» dell’idrogeno nella politica
energetica dei prossimi 30 anni. L’8 luglio di
quest’anno la Commissione Ue ha pubblicato
la tanto attesa strategia per l’idrogeno,
complementare alla nuova strategia industriale
proposta a marzo scorso, come parte
del pacchetto di misure per il Green Deal Europeo,
con l’obiettivo di emissioni zero entro
il 2050. In essa si afferma senza ambiguità
che la priorità viene data all’idrogeno verde
(quello prodotto unicamente da fonti rinnovabili),
mentre l'idrogeno da fonti fossili
viene scartato, salvo che si tratti di idrogeno
«blu» (ottenuto dal gas naturale fossile senza
emissioni di CO2, catturate e sequestrate
con un processo detto CCS, che dovrebbe impedirne
il rilascio in atmosfera).
L’ESCAMOTAGE DEL CCS FAREBBE da foglia di fico
alle imprese fossili nel breve e medio termine,
in virtù di una sua pretesa (e mai dimostrata)
convenienza economica rispetto all’idrogeno
verde. Nei fatti, si tratta semplicemente
di una goffaggine maldestra per far
guadagnare tempo alle corporation del gas. Infatti,
nella versione iniziale, fatta circolare
semi clandestinamente il 18 giugno 2020, la
Commissione si limitava a menzionare, senza
assegnargli alcun ruolo significativo, l’idrogeno
«blu».
SENONCHE’, IL 24 GIUGNO SEGUENTE, Gasnaturally,
la lobby di una coalizione di imprese
del fossile - tra cui l’Eni - rivendicava l’adozione
di una strategia per l’idrogeno che seguisse
una impostazione technology-neutral, di
modo che sia l’idrogeno da fonti rinnovabili
che quello ottenuto dal gas con la CCS potessero
essere considerati «Idrogeno pulito». E
così, il documento ufficiale dell’8 luglio cambia
rispetto al draft del 18 giugno e assegna
un ruolo – ingiustificabile - all’idrogeno blu,
riconoscendolo necessario nel breve e medio
termine «allo scopo di ridurre più rapidamente
le emissioni rispetto ai sistemi attuali
di produzione di idrogeno dalle fonti fossili
e favorire così la penetrazione di idrogeno
rinnovabile sia attualmente che in futuro».
IN EFFETTI LA POSIZIONE della Commissione
non dovrebbe lasciare porte aperte ad interpretazioni
di comodo, né verso la fonte nucleare,
né verso la produzione tradizionale
come quella del reforming da metano senza
CCS. Ma cos’è questa CCS, una sorta di Terminator
energetico che tutte le volte che sembra
morto, risalta fuori? Occorre ricordare
che, a tutt’oggi, nessuno è in grado di dire
quale ne sia il costo reale e, quindi, di affermare
che esso sia inferiore o superiore al costo
dell’idrogeno da fonti rinnovabili. La
motivazione economica e di facilitazione
per la penetrazione verso il sistema definitivo
è smentita proprio in questi giorni da
un articolo di Nature che calcola quanta
energia è prodotta nel corso della vita utile
di una centrale elettrica, rispetto a quella
spesa per costruirla e farla funzionare e dimostra
che il sistema di energie rinnovabili
al 100% per l’Europa, comprendente un
mix di fonti rinnovabili e di sistemi di accumulo
come l’idrogeno, è sempre migliore
di quello delle centrali a gas a ciclo combinato
con CCS, con l’ulteriore vantaggio che
il sistema a rinnovabili ci libererebbe anche
dalla dipendenza da una risorsa limitata, di
costo crescente e in gran parte importata.
NON TUTTI SANNO CHE NEL 2007, in coincidenza
con la strategia energetica varata dalla
Merkel durante la sua presidenza UE (il pacchetto
Clima Energia 20 20 20), le lobby del fossile
ottennero in compensazione 1 miliardo
di euro per realizzare «la costruzione e la
messa in funzione, entro il 2015, di 12 impianti
di dimostrazione per la produzione
commerciale di elettricità con cattura e stoccaggio
del carbonio (CCS)». A tutt’oggi non
se ne ha più alcuna notizia, come è stato certificato
da una apposita relazione della Commissione,
che ha ammesso il fallimento del
programma. Inoltre, è intervenuta anche la
Corte dei Conti Europea che ha concluso che
i finanziamenti ai progetti dimostrativi erano
stati uno spreco per l’Europa!
TEMIAMO CHE LE RAGIONI CHE MILITANO per
un’apertura verso l’idrogeno «blu», stiano
nella volontà di non ostacolare il mercato
del gas, che, una volta rilanciato anche
nell’attuale passaggio critico, guiderebbe
la transizione, facendo volentieri a meno
del costoso sequestro dei climalteranti. I
«dinosauri» ci mandano a dire: «Lasciateci
costruire le nostre centrali, e vedrete che
un giorno le renderemo innocue per il clima
con il CCS», gas nuovo anziché nuove
rinnovabili e idrogeno purchessia, almeno
finché non se ne discuta.
QUI DA NOI, DENTRO QUESTO CUNEO si sono subito
tuffati, con minore o maggiore prudenza,
A2A ed ENI e, con qualche riserva in più,
ENEL, che, senza una adeguata discussione
preventiva, hanno rilanciato immediatamente
il gas a fronte della riconversione
dal carbone prevista entro il 2025 per le
centrali di Monfalcone, La Spezia e Civitavecchia,
con un immediato plauso di Confindustria.
Eppure, la strategia della Commissione
inserisce la nozione dell’ecosistema
dell’idrogeno da sviluppare in Europa e
introduce anche le nozioni complementari
delle «valli dell’Idrogeno» da sviluppare a
livello locale in conformità alla tipologia di
insediamenti industriali e produttivi presenti
in ogni regione.
MA SE LE «VALLI» dI MONFALCONE, La Spezia e Civitavecchia
vengono presidiate oggi dal rilancio
dei metanodotti e delle centrali a metano,
con un tempo di ammortamento degli
investimenti non inferiore ai 25 anni (sempre
che non lieviti, come probabile, la carbon
tax), chi svilupperà entro questo drammatico
quinquennio post-covid il sistema «rinnovabili+
idrogeno verde» che porta con sé oltre
un milione di posti di lavoro? Di tutto ciò
vanno informate le popolazioni e le istituzioni
a partire dal livello locale come nel caso di
Civitavecchia, dove una riconversione dal
carbone al gas, presentata come una riduzione
del danno, finirebbe solo col contribuire
al disastro per le politiche climatiche.
MARIO AGOSTINELLI 
ANGELO CONSOLI


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