Personale di Angelo Accardi a Brindisi
lunedì 9 gennaio 2017
Personale di Angelo Accardi a Brindisi, Palazzo Granafei
–
Nervegna
a cura di Giuseppe Benvenuto
Dal 21 gennaio 2017 al 26 febbraio 2017
21 Gennaio 2017
ore 18,00
-
vernissage dei cicli
Misplaced
e
Blend
Parlare contemporaneo
è una via difficile,
voler sfidare nel gioco stili, epoc
he
e storie diverse
sembra
un’alchimia impossibile. Angelo Accardi ha trovato la via, la chimica che relaziona materiali,
tecniche e vita.
L
o
scherzo
,
l’ironico fare che materializza struzzi e elementi destabilizzanti
è
r
incorrere e rincorrersi
nei
significat
i
.
Misplaced
e poi
Blend,
Accardi
complica apparentemente la
vita ad uno spettatore offrendo
gli
stupore
, non quella sensazione che spinge a volgere altrove lo
sguardo, ma la materia viva della
chiamata dell’opera che pretende di essere guardata alla ricerca del
senso. Staccare gli occhi da questo gioco
serissimo dove
cose, fatti e persone si
intrecciano spinge alla soluzione non della
mancanza di un contatto delle opere tra
loro e degli elemen
ti all’interno delle
composizioni
, ma della verità di una
materia vivente
che connette come fibra
ottica temi e motivi lontanissimi in
apparenza se non calati nell’artista.
Particelle impazzite? Assolutamente no
,
lucidità ipnotica del ricorrere,
scherzando
seriamente
,
alla tradizione. Ipnosi collettiva o sfuggente
raffinata ricerca, cosa resta di questo gioco dell’arte se non un’estasi, un peccato mortale dei sensi,
una vista colma di simboli che trabocca lussuria a formare quello che indicavamo con lo
stup
ore
,
stupisce l’opera che trafigge come il dio greco di un tempo
e
cristallizza in un attimo infinito che sa
di sogno il
piacere.
Scoprire Accardi è l’attesa di sapere, l’anticamera del piacere del significato.
Esperienza irripetibile è poter trovare al
centro di una grande metropoli
o di una architettura classica
uno struzzo o
un altro elemento alieno. Questo struzzo, imponente animale, alter
-
ego non cercato, ma
voluto dall’artista è la somma di una sospensione temporanea di senso lucidissima, pronta a v
iaggiare
oltre il confine
sconosciuto ai più dell’arte. Ecco, ora possiamo dirlo ancora,
si parla contemporaneo
.
Lo struzzo cosa possa essere non possiamo
dirlo con l’esattezza matematica, ma riluce il
tema portante del dissenso, della forte protesta
all’
intero dei simboli che la storia ci consegna,
con una dote inesauribile di voler osare,
giocare ancora, perché il serio, la forma, la
compostezza è vuota apparenza e inutile
affanno. Gioca Accardi con la verità dei sensi
perché vedo cose che non potrei o d
ovrei
vedere, non osiamo immaginare uno struzzo, per noi la mimica di chi alza la testa da sotto la terra
contro tutto e tutti, o un rinoceronte, il custode dei simboli, cromaticamente vario, plasticamente
massiccio, incredibile sotto la fredda logica dell
a vista. Sporcare la storia la depura come ci depura
una tisana dalla pesantezza dell’autorità metafisica della storia dell’arte e ci permette di parlare.
Torniamo a questo dialogo
, Accardi fa questo, mescola
prima in
Misplaced
e poi in
Blend
elementi,
schegge folli come fram
e di pellicole famose che hanno colpito il suo immaginario, la scultura di
Giacometti che sosta sulla testa di un Ercole
Farnese, mentre un Homer Simpson fa capolino
assieme ai
Minions. Non è follia della licenza
poetica, non è un d
elirio del gusto, ma la materia
di un inconscio che galleggia e vuole vivere
nonostante tutto e che si emoziona stupendosi,
origine dello stupore del fruitore. Vivere come un
fanciullo che alla prima esperienza vede il mondo
e sa di poterlo modificare perc
hé ancora non gli
hanno insegnato a stare fermo, immobile mentre
il tempo scorre perché scomodo per una società
fredda e immobile.
Un mondo in cui la solitudine e il freddo dello spirito convergono a minare le basi della solidità
sociale, della spontaneit
à e della gratuità della relazione, del bello dello stare insieme, un
mondo
liquido,
spento, un posto dove la luce filtra e che Accardi trasforma nell’angoscia, meglio, nell’attesa
di un qualcosa di imminente che poi accade. Cosa accade? Uno struz
zo non è
una figura ingenua e
non è un animale e basta, ma la sconvolgente verità della deriva, della frammentazione e dell’assenza.
Una mancanza, potrebbe essere l’elemento di
disturbo in una società addormentata,
anestetizzata, alla deriva concettuale e
spiritual
e. Accardi, gioca, lo fa con serietà, lo
fa sapientemente e giocando
mette in luce, coi
cromatismi, coi simboli, coi riferimenti
storici, con la faccia familiare di Homer
Simpson e con la brillante trovata dell’arte che
guarda se stessa,
che
si giudica ogg
i di fronte
alla storia e a un presente non più attuale
perché attualità è vita di significato. Questa
stessa vita, questa realtà Accardi la pone cruda
come l’odore della pioggia prima che il cielo
rovesci. Si percepisce nell’aria un profumo nuovo, nelle o
pere questo profumo di pioggia imminente
cavalca i simboli dell’arte entrando come attesa di qualcosa nell’animo umano.
Accardi non è solo questa tensione che pure c’è, ma è anche la
forma familiare e fanciullesc
a
della
scoperta, l’unica cosa in grado di trasmettere il brivido
del vivere contro
i
neri cieli di
questo
mondo
dal significato precotto e decadente.
Lo
struzzo
ch
e alza la testa dalla terra correndo non so dove
è
come un eroe di un romanzo, un Peter
Pan c
he contro il
vecchio
capitano vanta freschezza e la capacità
di volare. Peter Pan volava da Wendy avendo in sé un pensiero felice, chi guarda un’opera di Accardi
vola oltre l’orizzonte di un senso già dato, di là del freddo esistere. Non teme Accardi di ac
costare i
Simpson
s
o i Minions alla grande tradizione
perché c’è il piacere estetico di una ricerca di nuovo,
ancora,
di una tensione
che lo spettatore avverte forte come lussuria nella testa che da razionale e
fredda vorrebbe solo spiccare il volo oltre
il muro dei significati già dati.
L’esperienza sensoriale
delle opere di Accardi è uno stimolo fortissimo ad andare oltre e a non aver paura di elaborare i
contenuti del passato perché vivere è raccontare qualcosa di noi a chi
è altro da noi. Riuscitissimo
viaggio cerebrale della materia dell’arte.
Dottor Giuseppe Marrone
–
Critico d’arte
–
Società Filosofica Italiana
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